Ci sono alcune domande che mi faccio regolarmente.
Sto facendo tutto quello che potrei fare nella mia vita? Sto realizzando qualcosa? O sto semplicemente aspettando di morire?
Ok, scritta così sembra un po’ tragica. Ma il punto è: quanto della mia vita sto scegliendo davvero e quanto, invece, sto semplicemente lasciando accadere?
Nell’ultimo anno queste domande mi hanno spinto a muovermi. Ho fatto diversi investimenti, cercato di creare qualcosa di mio, di aprirmi nuove strade e, forse, anche di lasciare un segno.
Ho intrapreso nuovi percorsi di formazione, accettato nuove lezioni come docente, acquistato un immobile, aperto un blog… Ho fatto diverse cose. Eppure, mi manca sempre qualcosa.
Il problema è che, mentre provi a costruire nuove possibilità, continui anche a costruire una vita sempre più difficile da lasciare o da cambiare. Non che la mia vita non mi piaccia, non dico questo, ma mi piace avere l’opportunità di poter fare qualsiasi cosa, anche se poi non faccio niente (mi capisci?).
Ho 34 anni. Dovrei mettere su famiglia, costruire un futuro solido, consolidare ciò che ho iniziato. Dovrei continuare ad aggiungere certezze, non infilare la mia vita in uno zaino e partire con un biglietto di sola andata. Dovrei…
Più si “diventa grandi”, più partire diventa complicato. Si costruiscono legami, abitudini e responsabilità. Ci si avvicina ancora di più alla famiglia (almeno per me è stato così, ma penso valga per molti) e tutto ciò che abbiamo costruito diventa anche qualcosa da cui è difficile allontanarsi.
A vent’anni, forse, è più semplice prendere e andare. Hai meno cose da lasciare e quella rassicurante convinzione di essere il padrone del mondo. A 34 anni sai bene di non esserlo.
Ma ci sono momenti in cui, per una strana combinazione di scelte, problemi e opportunità, i pianeti sembrano allinearsi. Si apre una finestra che probabilmente non resterà aperta per sempre. E allora puoi continuare a chiederti come sarebbe stato. Oppure puoi provarci.
Chi conosce me e Cia sa che abbiamo un’abilità particolare: la chiamiamo “l’arte di arrangiarsi”.
Io vivo di grandi cambiamenti e anche lei, che però preferirebbe un po’ più di stabilità. Eppure non si è mai tirata indietro davanti alle mie idee. Non lo ha fatto nemmeno questa volta, quando le ho chiesto:
“Ma se ce ne andassimo nel Sud-est asiatico?“
Una domanda lanciata quasi a metà tra il serio e l’ironico. Una di quelle che, mentre la pronunci, non sai ancora se sperare in un sì o in un no. È iniziato tutto così.
Se qualcuno me lo avesse detto soltanto sei mesi prima, non gli avrei creduto. Non avrei mai immaginato di lasciare la Svizzera. E invece eccomi qui, dopo la trentina (non 18, non 20, nemmeno 25) con uno zaino da 50 litri e un biglietto di sola andata.
Sono ansioso?
Cavolo se sì.
Ho un piano B?
Più o meno.
Sono pronto?
Per niente.
E domani?
Non ne ho idea, ma puoi scoprirlo con me seguendoci su Instagram @lontani_da_casa o su Polarsteps @da_qualche_parte_nel_sud_est_asiatico

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