C’è un film con Adam Sandler che ho visto anni fa e che ogni tanto mi torna in mente: Cambia la tua vita con un click.
Il protagonista riceve un telecomando con il quale può controllare la propria vita. Può mettere in pausa, tornare indietro e, soprattutto, mandare avanti velocemente tutti i momenti che non gli interessano.
Una discussione con la moglie? Avanti veloce.
Una giornata di lavoro noiosa? Avanti veloce.
Un periodo difficile? Avanti veloce.
All’inizio sembra fantastico. Chi non vorrebbe avere un telecomando del genere?
Il problema è che, con il tempo, il telecomando impara quali sono i momenti che lui vuole saltare e comincia a farlo automaticamente. Il protagonista si ritrova così a vivere sempre più spesso in modalità automatica, fino a quando si risveglia e si accorge che sono passati anni.
Anni della sua vita che ha vissuto, ma nei quali in realtà non era veramente presente.
È un film comico, e anche abbastanza assurdo, ma più ci penso e più mi sembra che quel telecomando esista davvero. Solo che non lo teniamo in mano. È dentro la nostra testa.
Mi capita spesso di fare delle cose senza rendermi davvero conto di starle facendo. Mi sveglio, mangio, cammino, parlo con qualcuno, prendo un bus, guardo un paesaggio. Nel frattempo, però, sto pensando a qualcosa che è successo ieri, a qualcosa che dovrò fare domani o a una conversazione completamente inventata che probabilmente non avverrà mai.
Il mio corpo è lì, ma la mia mente è da un’altra parte. E la cosa che mi fa più strano è che succede anche durante questo viaggio.
Pensavo che partire per un anno nel Sud-est asiatico, vedere continuamente posti nuovi e vivere situazioni fuori dalla mia quotidianità mi avrebbe obbligato a essere presente.
Invece no.
Puoi trovarti dall’altra parte del mondo, davanti a un luogo che fino a pochi mesi prima avevi visto solamente in fotografia, ed essere comunque completamente assorbito dai tuoi pensieri.
Puoi essere in Indonesia, in mezzo a persone, suoni e odori mai sentiti prima, e nel frattempo pensare a una cosa successa in Svizzera tre anni fa.
Assurdo, no? Eppure ogni tanto succede qualcosa. La mia attenzione si allarga.
Non è che improvvisamente mi accorga dell’aria, dei rumori e dei colori. Sono tutte cose che vedo e sento anche prima. È come se la mia attenzione, normalmente concentrata su un pensiero o su una parte di quello che sta succedendo, riuscisse ad allargarsi e ad abbracciare tutto insieme.
Il luogo, le persone, i suoni, il mio corpo, quello che sto facendo e quello che sta accadendo intorno a me. Non un singolo elemento, ma la somma del contesto nel quale mi trovo.
È in quel momento che mi sento davvero dentro a ciò che sto vivendo. Cosciente che tutto questo sta accadendo proprio adesso.
Non domani.
Non quando lo ricorderò.
Adesso.
Ho iniziato a chiamare questi momenti sprazzi di lucidità.
Sono quei momenti nei quali sembra che la mia mente esca dalla modalità automatica e torni pienamente dentro la realtà. È difficile da spiegare, perché non succede nulla di particolare. Semplicemente, la mia attenzione diventa più ampia e riesco a percepire l’insieme di ciò che sto vivendo.
È un po’ come quando stai sognando e, a un certo punto, ti accorgi che stai sognando. Il sogno continua, ma da quel momento cambia tutto. Non sei più solamente trascinato da quello che succede: sai di essere dentro un sogno.
(Il tema dei sogni lucidi mi affascina tantissimo e mi ricorda un caro amico che oggi non è più con noi. Ma questa è una storia che merita un articolo tutto suo e che, magari, un giorno riuscirò a scrivere.)
Durante un sogno lucido ti accorgi di stare sognando. Durante uno sprazzo di lucidità diventi pienamente cosciente della vita che stai vivendo. Mi chiedo se esistano persone capaci di vivere naturalmente più spesso in questo stato.
Io ho l’impressione che Lucia sia una di queste.
Mi sembra sempre molto più presente di me. È dentro a quello che sta succedendo, reagisce a ciò che ha davanti e vive il momento senza perdersi continuamente in ragionamenti, ipotesi e mondi immaginari.
Ovviamente questa è solo la mia impressione. Lei potrebbe leggere questo articolo e dirmi che non ho capito assolutamente nulla di quello che succede nella sua testa (ed è anche abbastanza probabile 😄).
Ma, vista da fuori, mi sembra che viva perennemente nell’adesso. Quanto la invidio ogni tanto.
È una cosa fantastica. Anche se, per chi vive molto nel proprio mondo interno come me, avere accanto una persona così presente può essere ogni tanto… di difficile gestione. 😄
Io analizzo tutto. Ripenso alle conversazioni, immagino scenari futuri, collego concetti, costruisco ragionamenti e spesso mi perdo dentro la mia stessa testa. È una caratteristica che mi piace e che probabilmente è anche una parte importante di me. Molte delle idee che scrivo su questo blog nascono proprio da lì.
Ma c’è anche l’altra faccia della medaglia.
Mentre penso alla vita, rischio di non accorgermi che la sto vivendo.
Forse alcune persone sono naturalmente più capaci di essere presenti, così come esistono persone che riescono a fare sogni lucidi senza nemmeno allenarsi. Che fortuna immensa. E magari non sanno nemmeno di essere fortunate.
Poi ci sono quelli come me, che possono leggere le migliori tecniche, provarle tutte e fare comunque una fatica micidiale. Ho anche l’impressione che questa cosa peggiori crescendo.
Da bambini tutto sembra più intenso. Le giornate sono lunghissime, le estati sembrano non finire mai e qualsiasi cosa può attirare l’attenzione.
Il cervello di un bambino non ha ancora imparato a filtrare il mondo come quello di un adulto. Sta ancora cercando di capire cosa è importante, cosa può ignorare e dove deve concentrare l’attenzione. Probabilmente è anche per questo che i bambini si stancano così velocemente: per loro moltissime cose sono nuove e devono essere elaborate.
Premetto: non sono un esperto di neuroscienze e questa è una mia riflessione basata su quello che ho letto e osservato. Non penso che un bambino percepisca letteralmente qualsiasi stimolo esistente. Penso però che abbia molti meno automatismi e molti meno filtri costruiti rispetto a noi.
Poi cresciamo.
Il cervello impara che quella strada l’ha già vista, che quel rumore non è importante e che quel gesto può farlo senza prestarci attenzione. È utilissimo, perché altrimenti consumeremmo tutte le nostre energie solamente per lavarci i denti o attraversare una stanza.
Ma cosa succede quando iniziamo a filtrare troppo? Cosa succede quando il cervello mette in automatico non solo i gesti ripetitivi, ma intere giornate?
Forse è anche per questo che, più cresciamo, più il tempo sembra accelerare. Non necessariamente perché il tempo passi più velocemente, ma perché registriamo sempre meno momenti con vera attenzione.
E meno momenti registriamo, meno lunga ci sembra la strada quando ci voltiamo indietro. Non so se funzioni davvero così. Ma è una spiegazione nella quale, almeno per ora, mi ritrovo.
Molti libri, la meditazione e una quantità infinita di mentori parlano dell’importanza di vivere nell’adesso. Di concentrarsi sul respiro, sul corpo, sui suoni e su quello che abbiamo davanti.
Il concetto è semplicissimo. Farlo, almeno per me, è difficilissimo.
Forse ho sempre sbagliato obiettivo. Forse essere presenti non significa riuscire a rimanere perennemente nell’adesso, senza mai perdersi nei propri pensieri.
Forse significa solamente accorgersi di essersi persi.
Tornare nel presente. Perdersi di nuovo. E poi tornare ancora.
In fondo, se riesco a rendermi conto di essere in modalità automatica, significa che ne sono uscito. E già questo è uno sprazzo di lucidità.
Non voglio smettere di pensare, immaginare o perdermi dentro la mia testa. Vorrei solo imparare a scegliere un po’ meglio quando farlo. Vorrei che il telecomando non decidesse sempre da solo quali parti della mia vita mandare avanti velocemente.
Vorrei accorgermi più spesso del momento mentre sta accadendo, invece di riconoscerne l’importanza solamente quando è già diventato un ricordo.
Ma come si impara a essere più presenti? È davvero qualcosa che si può allenare o alcune persone nascono semplicemente più capaci di vivere nell’adesso? Non lo so.
Per ora provo almeno ad accorgermi, ogni tanto, di essere qui.

Lascia un commento