Non ricordo come si chiamasse chi lo scrisse. Ricordo che era il blog di una ragazza ticinese diversi anni fa, il suo nickname penso fosse “parloavanvera” e il titolo dell’articolo si chiamava “Elogio all’errore”.
La cosa divertente è che non ricordo il contenuto, ma ricordo benissimo il titolo. Elogio? Elogio all’errore? Elogio a qualcosa di sbagliato?
Ricordo che quel titolo mi portò a una riflessione profonda che durò per diverso tempo. Alcune volte mi tornava in mente e ricominciava il mio dibattito interno per capire come qualcuno potesse elogiare l’errore. Ma oggi è diverso, tempo fa ho capito e oggi fa parte del mio modo di vedere il mondo.
Questo mio scritto, oltre ad essere la mia personale opinione sul tema, vuole essere anche un tributo alla scrittrice di quell’articolo. Non so se lei si ricordi di averlo scritto, non so nemmeno se oggi la penserebbe ancora nello stesso modo e, soprattutto, non so nemmeno se sto interpretando correttamente quello che voleva dire con quel titolo. So solo che quel titolo, per qualche motivo, è rimasto con me.
Passiamo gran parte della nostra vita cercando di non sbagliare. A scuola, al lavoro, nelle relazioni, nelle decisioni. Ci viene insegnato a trovare la risposta corretta, a fare le cose nel modo giusto e a evitare gli errori.
Il me del passato detestava fare errori e detestava le persone che li commettevano.
Poi, con il tempo, ho iniziato a rendermi conto che quando si sbaglia, si ha semplicemente l’opportunità di vedere qualcosa che prima non si vedeva.
Spesso, quando siamo soli, è difficile accorgersi di stare sbagliando.
Possiamo essere convinti che il nostro modo di fare sia quello corretto, possiamo avere costruito una nostra idea delle cose e continuare a comportarci di conseguenza senza avere nessun motivo apparente per fermarci a metterla in discussione. È spesso qualcosa di esterno a noi a farci notare che c’è un problema. Una persona, una situazione, un risultato che non ci aspettavamo, un sistema che ci restituisce qualcosa di diverso da quello che pensavamo.
È in quel momento che possiamo renderci conto dell’errore.
E anche il modo in cui quell’errore ci viene fatto notare può fare una grande differenza.
Se qualcuno ci fa notare un errore facendoci sentire incapaci, stupidi o inadeguati, probabilmente la nostra prima reazione sarà quella di difenderci. Potremmo cercare una giustificazione, dare la colpa a qualcun altro o semplicemente cercare di nascondere quello che è successo.
Se invece qualcuno ci aiuta a capire perché abbiamo sbagliato, cosa non ha funzionato e come potremmo fare diversamente, quella stessa situazione può diventare un’opportunità per migliorare.
Ed è qui che, secondo me, sta una delle cose più interessanti dell’errore. L’errore in sé non insegna necessariamente qualcosa. Possiamo commettere lo stesso errore dieci volte senza imparare nulla. Quello che fa la differenza è ciò che succede dopo.
Se inciampo sempre sulla stessa pietra e continuo a camminare esattamente nello stesso modo, non sto imparando dall’esperienza. Sto semplicemente continuando a inciampare.
L’apprendimento arriva quando quell’errore modifica qualcosa: Il nostro modo di pensare, il nostro comportamento, il modo in cui affrontiamo una situazione o magari il sistema all’interno del quale quella situazione si è verificata.
Per questo non voglio dire che dobbiamo imparare ad amare l’errore. Dobbiamo imparare ad usarlo.
L’errore non è una medaglia e il semplice fatto di aver sbagliato non rende automaticamente quell’esperienza positiva. Il valore sta in quello che decidiamo di farne.
“Sbagliare è sempre positivo.”
No. Un errore può essere inutile, ripetitivo, distruttivo o semplicemente evitabile.
Ci sono errori che avremmo potuto evitare con un po’ più di attenzione, altri che continuiamo a ripetere nonostante sappiamo già cosa non funziona e altri ancora che possono avere conseguenze talmente gravi che tutto il nostro impegno dovrebbe essere concentrato proprio sul prevenirli.
In alcuni contesti non possiamo permetterci di imparare semplicemente provando e sbagliando. In ambito sanitario, nell’aviazione, nella produzione energetica o in tutti quei settori nei quali un errore può avere conseguenze molto gravi, prevenzione, controlli, procedure e analisi devono avere un ruolo fondamentale.
Questo non significa che l’errore non possa insegnare qualcosa anche in questi contesti. Significa semplicemente che dobbiamo essere consapevoli che non tutti gli errori sono uguali e che non possiamo romanticizzarli.
Un errore fatto mentre proviamo qualcosa di nuovo può mostrarci una strada che non avevamo considerato. Un errore che avremmo potuto evitare dovrebbe spingerci a capire cosa è mancato. Un errore che continuiamo a ripetere dovrebbe invece farci chiedere se non sia necessario cambiare completamente approccio.
Ed è proprio quest’ultimo punto che trovo interessante. A volte ci convinciamo che la soluzione sia semplicemente “fare meglio”, quando magari il problema è il modo stesso in cui stiamo affrontando qualcosa.
Ma c’è un altro elemento che secondo me viene sottovalutato: il contesto nel quale avviene l’errore. Perché non tutti gli ambienti permettono di trasformare un errore in un’opportunità di crescita.
Ci sono contesti nei quali sbagliare significa essere immediatamente giudicati. Hai sbagliato, quindi non sei capace. Hai sbagliato, quindi non sei più affidabile. Hai sbagliato, quindi qualcun altro prenderà il tuo posto.
E ci sono invece contesti nei quali l’errore viene affrontato in modo diverso. Non viene ignorato e non viene giustificato, ma viene analizzato. Si cerca di capire cosa è successo, perché è successo e cosa si può cambiare affinché non accada nuovamente.
Per questo penso che dovremmo prestare più attenzione ai contesti nei quali scegliamo di stare. Persone, aziende, gruppi, relazioni.
Non perché dobbiamo cercare luoghi nei quali ci venga permesso di fare qualsiasi cosa senza conseguenze, ma perché dovremmo cercare contesti nei quali un errore possa essere visto anche come un’opportunità per accompagnarci nella crescita e non come un’opportunità per accompagnarci fuori.
E forse questa è una delle cose che ho capito con il tempo: non possiamo pensare di costruire una vita nella quale non sbaglieremo mai. Possiamo però cercare di costruire una vita nella quale gli errori, quando arriveranno, abbiano la possibilità di insegnarci qualcosa.
Non credo che dovremmo cercare l’errore, né credo che ogni errore abbia necessariamente qualcosa di positivo da insegnarci. Credo però che dovremmo smettere di considerarlo soltanto come qualcosa da evitare.
Perché a volte un errore è semplicemente il modo in cui la realtà ci fa capire che la nostra idea di come funzionassero le cose era sbagliata.
E a quel punto possiamo scegliere cosa farne.
Possiamo ignorarlo, possiamo arrabbiarci, possiamo dare la colpa a qualcun altro oppure possiamo fermarci e provare a capire. Ed è forse proprio in quel momento che l’errore smette di essere soltanto un errore e diventa esperienza.

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